Perché imparare a parlare in pubblico è importante?
In questo video articolo faremo una riflessione sull’importanza del public speaking e della comunicazione in generale. Analizzeremo tre motivi per i quali val la pena imparare a comunicare con il pubblico e un motivo per non farlo. Il mondo del lavoro e la vita in generale ci pongono sempre di fronte a nuove sfide.

Se lasciamo campo libero alle nostre paure ed insicurezze, saremo sempre in balia degli eventi.

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1. Vuoi avere self-confidence? ti piacerebbe poter essere più sicuro di te stesso, avere maggiore consapevolezza e non essere vittima del panico tutte le volte che una nuova sfida, come quella appunto di parlare in pubblico, si presenta? Allora è forse il caso di capire perché è importante acquisire e praticare qualche tecnica di comunicazione.

Imparare a parlare in pubblico ti aiuta a superare ansia e paura.

Stare su un palco crea soggezione. Ci si ritrova al centro dell’attenzione, con un microfono in mano e il respiro comincia a mancare, le mani sudano, la testa gira e la memoria potrebbe fare brutti scherzi. About Blank! Se vuoi evitare questi problemi e fare dell’ansia e della paura dei tuoi alleati, studiare public speaking è quello che ti serve. Ti darà maggiore sicurezza in te stesso e scoprirai quanto queste due emozioni siano in realtà una fonte di energia indispensabile.

2. Apertura.
Quanto investi nelle tue ricerche? Se sei un imprenditore, quanto tempo, soldi, energie investi in quello che produci o che fai? E quanto investi in comunicazione? E per comunicazione intendiamo, ovviamente, anche il parlare in pubblico. Se crei un’opera d’arte e la tieni in cantina, quell’opera non sarà utile a nessuno. Nessuno potrà ammirarne la bellezza. Le idee sono come opere d’arte: hanno bisogno di circolare.
Mai sentito parlare di Ted Talk? Te ne parlerò in un prossimo video.

3. Dare valore a te stesso. Per parlare in pubblico intendiamo il creare connessioni. Come? Non di certo attraverso le sole parole. In uno speech, le parole valgono solo il 7% mentre quello che più rimane impresso è il paraverbale, cioè il modo in cui utilizzi la voce e questo al 38% e il non-verbale, cioè il modo in un cui corpo e movimento comunicato e questo al 55%. Lo scopo del parlare in pubblico è quello di chiamare chi ti ascolta all’azione, la famosa “call to action”, emozionare, convincere e persuadere.

Non stiamo parlando di manipolazione, ma di comunicazione a livello emozionale.

Quale sarebbe allora un motivo per non imparare a parlare in pubblico? Watzlawick dice: è impossibile non comunicare. Questo è l’assioma fondamentale della comunicazione. Alla fermata dell’autobus o in una sala d’aspetto, avrai notato che pur non parlando, la gente parla di sé. Questo proprio perché comunicare non significa solo parlare. Allora l’unica scelta che ti rimane è quella di non rivolgere parola a nessuno, ma di certo non quella di entrare in contatto col mondo.

Detto questo, perché non studiare public speaking? Sono coach da diversi anni e ti assicuro che è una tecnica molto divertente, della quale non potrai più farne a meno.

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Ecco qui il link per poterlo fare

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Ansia di parlare in pubblico?

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Quando si tratta di parlare in pubblico tutti cominciano a soffrire di ansia: paura, palpitazioni, sudorazione e attacchi di panico.

Sai una cosa? Non c’è niente di più normale, anzi, se non avessi queste sensazioni saresti un robot. E riesci ad immaginare per un momento un robot che parla in publico? Sarebbe freddo, con una voce metallica e per niente coinvolgente.

Quello che provi o che stai provando in questo momento è una reazione ad un compito che di per sé non è semplice.

Devi esporti al pubblico e la tua mente reagisce producendo adrenalina.

Ti do un suggerimento. Le parole sono importanti e nutrono il cervello, prova quindi a chiamare questo sentimento diversamente: eccitazione, energia positiva, brivido felice o come meglio tu preferisca.

Molti attori soffrono di crisi d’ansia, nonostante facciano questo mestiere da sempre.

Negli anni ho avuto la fortuna- sfortuna di lavorare con molti di loro. Sono sempre in panico anche dopo anni di mestiere, anche ad un numero x di repliche di uno spettacolo super collaudato.

Non hanno, ahimè mai lavorato su questa loro sensazione spiacevole e spesso la trasmettono. Non lasciarsi coinvolgere da ciò è un’altra bella sfida - bada bene, ho scritto sfida e non problema, proprio perché le parole contano.

Quell’ansia serve a darti forza, energia, quel carburante necessario che ti darà il giusto spirito di affrontare il tuo compito.

Scrivi su un quaderno quello che ti succede, portalo fuori, osservalo, convivici in maniera pacifica, chiamalo diversamente e vedrai che tutto andrà bene.

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Dire "non lo so"

La preparazione è la chiave di tutto, ma non sempre…

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Preparation is key, ma non sempre si ha tempo di preparasi e, dopotutto, non lo si può essere su tutto.

Se poi state gestendo una sessione Q&A, cioè di domande e risposte, per quanto possiate preventivare i possibili quesiti, non potete di certo farlo al 100%.

Come agire in questi casi? Ecco a voi tre pratici consigli:

1 ascolta bene la domanda e cerca di capire cosa il tuo interlocutore ti sta chiedendo. In questo modo darai una riposta pertinente. Al solito prima di pensare alla risposta, focalizzati sulla domanda e, credimi, sembra scontato ma non lo è affatto;

2 per non farti prendere dal panico, aspetta qualche secondo prima di rispondere e poi comincia a parlare lentamente. Frenerai l’ansia e l’impulsività, elementi che spesso giocano brutti scherzi;

3 mostra sicurezza in te stessi, assumi una postura aperta, gioca di contatto visivo e usa un tono calmo.

Ti do un consiglio BONUS:

Se la domanda dovesse spiazzarti a tal punto di non sapere la risposta, dì semplicemente “non lo so”, “la domanda è molto interessante”, “ho un’idea a riguardo, ma preferirei essere più preciso nella risposta e fare una ricerca. Le risponderò tramite email, social, etc”

Il “non lo so” non è un’ammissione di ignoranza, sull’intero argomento, ma semplicemente un atto di onestà che verrà sicuramente apprezzato.

 

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Parole deboli

Quando comunichi ci sono delle forme verbali o delle parole che vanno utilizzate con molta cautela.

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Prendiamo, per esempio, il vero pensare nell’accezione di credere qualcosa.

Immagina di essere in un ristorante gourmet, di aver ordinato un piatto particolare e costoso e di avere là presente il cuoco a descriverne la prelibatezza.

Come ti sentiresti se lo chef, magari super stellato, dopo averne decantate le qualità terminasse il suo discorso con un “penso sia buono”?

Saresti ancora convito di stare per gustare una pietanza deliziosa?

Probabilmente un dubbio s’insinuerebbe nella tua mente, quello di star pagando molto un piatto che “forse” è buono, proprio perché lo stesso creatore della ricetta “pensa” che lo sia, ma non mostra di esserlo convinto del tutto.

La formula “penso che” non mostra convinzione, né tanto meno una presa di impegno.

“Penso che riprenderò a fare palestra”, “penso che mi metterò a dieta”, “penso che studierò di più”.

Questa formula è anche debole nei confronti di te stesso perché ascia sempre una possibilità di fuga, un dubbio.

Tra l’altro la parola dubbio etimologicamente esprime incertezza di giudizio su due differenti e/o contrarie interpretazioni di un fatto.

Se punti ad avere credibilità, utilizza il verbo pensare con molta attenzione e parsimonia.

Al suo posto usa “sono certo che” o semplicemente il futuro semplice e vedrai che il tuo discorso ne guadagnerà in potenza.

 

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Pensare al contrario

Pensare al contrario significa essere liberi e soprattutto ci porta a sperimentare nuove soluzioni.

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Quando pensiamo al parlare in pubblico focalizziamo la nostra attenzione sull’atto del parlare e questo ci porta a sottovalutare una serie di fattori importanti: immagine e suono.

Il suono arriva prima delle parole. Le parole hanno bisogno di essere processate mentre il suono no.

Quante canzoni in un’altra lingua amiamo di cui non ci siamo mai nemmeno preoccupati di sapere quello che dicono. Eppure le associamo a momenti della nostra vita importanti al punto, a volte, di essere colonna sonora della nostra esistenza.

Il suono è più potente delle parole e ancor di più lo è l’immagine.

L’immagine viaggia alla velocità della luce e colpisce la nostra retina in una frazione di secondi. Agisce inconsciamente e crea la cosiddetta prima impressione, quella che rimane impressa molto a lungo, a volte per sempre.

Un buon speaker non può non tener conto di questi fattori.

Se quando parli, reduce di esperienze scolastiche, tendi a focalizzare tutta la tua attenzione sul testo stai commentando un grave errore.

Il paraverbale, cioè il modo di utilizzare la voce e il non verbale lavorano a livello inconscio e sono molto ma molto potenti.

Tienilo presente e fai l’inverso di quello che hai fatto fino ad ora.

Ne ho parlato in maniera più approfondita qui.

 

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